Emanciparsi dal passato

Aggiornamento: 18 mag 2021




Ciò che in questi lunghi mesi di pandemia mi ha particolarmente colpito e fatto riflettere è stato il sentire ripetere da più parti le parole “quando si tornerà alla normalità, quando torneremo come prima..”

uesto non è però mai possibile, perché come ha detto Eraclito millenni or sono “non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume”. Non possiamo infatti mai tornare a ciò che eravamo, perchè tutto continuamente cambia, si trasforma e ci trasforma. Eppure tutti noi viviamo spesso nell’illusione, nella speranza che ciò che è stato ritorni.

Questo atteggiamento è il riflesso di un modo di vivere e concepire il tempo con lo sguardo rivolto al passato, vissuto come una perdita, ma al tempo stesso al futuro, promessa di felicità. È ciò che i greci chiamavano Kronos, il tempo che divora i propri figli. Il tempo che non risparmia nessuno.

Ma se il tempo è il nostro signore, padre-padrone, noi siamo tutti suoi figli e perciò tutti fratelli. Per usare una metafora “siamo tutti sulla stessa barca”, come quella di Ulisse: vogliamo tutti ritornare all’inizio, da dove siamo partiti, per un viaggio che prometteva la vittoria, la gloria, la fama, l'ignoto che attrae. E poi è stata la guerra, dolore, sacrifici, perdita. Una continua perdita, di luoghi, persone, gesti, emozioni, certezze, fiducia.


E dunque Ulisse vuol tornare ad Itaca, laddove era partito, vuol tornare al passato, vuole ricominciare. Perché sa il dolore, sa il tempo, sa l’esperienza, sa il suo vissuto. Ciò che egli ha patito, ciò che l’ha lacerato. Ulisse sa le sue cicatrici. Ma la volontà di ritornare, la sua ostinazione, fissazione al ricordo, al passato, l’hanno orbato, reso cieco, privato di tutti i suoi compagni, solo, naufrago. Forse il viaggio di Ulisse che ha modellato l’idea di uomo che ancora abbiamo, noi tutti, uomini e donne, può essere demitizzato, cessando così di voler o dover essere eroi nostalgici, per sentirci invece compagni, che sono tali solo se “nessuno” viene sacrificato, solo se “Ulisse” viene sacrificato.

Ma ci sono altri modi di vivere il tempo che noi siamo.


Uno è quello del “Carpe diem”, che impone di vivere pienamente l’attimo, godendone fino all’ultima goccia, “come se non ci fosse un domani”. Schiacciati sul presente ed impegnati “in una corsa sfrenata contro il tempo”. Perché l’unico tempo è il presente che si vuole perciò immortalare.


Un’altro modo è quello che i Greci chiamavano Kairòs, che era rappresentato con le ali ed un ciuffo solo di capelli, a significare che bisogna afferrare ogni attimo della nostra vita, che però non è sempre solo piacere e godimento, anzi, è fatica, stanchezza, frustrazione, dolore. Vuol dire però riconoscere, o meglio ancora, scegliere se stessi; e se noi siamo tempo, è scegliere il nostro tempo, ogni attimo, gioia o dolore che sia, tutto il nostro essere.

In realtà credo possano esistere molti altri modi di pensare e sentire il tempo .


Uno di questi potrebbe essere quello di percepirlo come una musica.

La musica mette in luce la dimensione relazionale del tempo e potrebbe perciò aiutarci a vivere la nostra vita, la nostra contingenza non più come una perdita ma come la creazione di un’armonia. Un’armonia si crea infatti dalla dissonanza, dalla molteplicità, dall’unicità, dalla differenza.


Proviamo dunque a pensare alla nostra vita mettendoci in ascolto di essa, come se fosse una musica, e cerchiamo di coglierne il ritmo, quel qualcosa che, al di là del bene e del male, ha scandito le nostre esistenze. Proviamo a coglierne le tonalità, le pause, le dissonanze, gli accordi. Al di là del bene e del male. Proviamo a metterci in ascolto .

Ed inizia la musica, il ballo che non sai dove ti porterà, ma non ha importanza, perché ti trasporta, come un fiume nel cui letto puoi morire, abbandonarti, lasciare che sia ciò che sia. Non un destino, una musica che si compone.


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