Il cambiamento: fra timore e desiderio

Aggiornamento: 30 apr 2021




Il cambiamento è qualcosa nei confronti del quale si possono provare sentimenti contraddittori e manifestare comportamenti paradossali.


Da un lato siamo spesso attraversati dal desiderio di cambiare, che sia il colore dei capelli, o gli abiti che indossiamo, o addirittura la città in cui viviamo o il lavoro che svolgiamo.

Il cambiamento sembra essere espressione permanente di un’ irrequietezza, di una mancanza che ci fa anelare sempre ad altro, a voler andare sempre oltre. Ma questo desiderio che ci spinge verso il cambiamento al tempo stesso ci terrorizza, al punto a volte da paralizzare ogni iniziativa, ogni azione, ogni possibile trasformazione.


Il cambiamento può produrre angoscia, per ciò che potrebbe o non potrebbe accadere, per ciò che non conosciamo e da cui perciò ci sentiamo minacciati. E allora spesso preferiamo rimanere ancorati a tutto ciò a cui siamo abituati - talvolta assuefatti - anche se questo non ci dona gioia, persino se ci fa soffrire. Ma che ci rassicura.


Sembra dunque che coesistano in noi due dimensioni, due spinte opposte: quella alla trasformazione e quella alla conservazione. Entrambe ci appartengono, entrambe ci determinano e come tali non dovrebbero perciò essere negate, pena la perdita di una parte di ciò che comunque sentiamo e perciò siamo.

Come stare però in questa contraddizione, come conciliare due forze così opposte, come rimanere all’interno del paradosso che noi stessi siamo?

Se ci affidiamo alla ragione e alla sua logica essa ci porterà a dover compiere una scelta amletica: seguire il desiderio di cambiamento o rimanere saldi sulle nostre attuali posizioni? Essere o non essere, o meglio ancora, essere o divenire?


La ragione, che non conosce contraddizione, ci rigetta dunque nell’angoscia, prodotta questa volta dalla necessità di una scelta. L’immaginazione può suggerirci forse un’altra strada, orientata alla mediazione.


Ci sono cose che hanno bisogno della ragione, altre dell’immaginazione, capacità indispensabile tanto per poterci proiettare verso il futuro, quanto per poter conferire un’immagine unitaria e un senso al nostro passato. L’immaginazione crea ponti, fra passato e futuro, fra ciò che siamo e ciò che ancora non siamo.

Se la ragione per unire due punti fra loro separati e distanti traccia una linea retta, escludendo altre possibilità, l’immaginazione può invece creare infinite forme ampliando così le nostre possibilità di movimento e di mutamento.


Proviamo a pensare ad ogni cambiamento come ad una metamorfosi, ovvero come al passaggio da una forma ad un’altra.

Per gli antichi la metamorfosi consisteva nella trasformazione di esseri divini o mortali in entità differenti: Narciso si trasforma in fiore, Dafne in alloro, Eco in suono.

La metamorfosi consente di mantenere l'unità fondamentale dell’essere e al tempo stesso la sua duplicità, rimanendo così all’interno della contraddizione fra mutamento e conservazione, desiderio e angoscia.

La metamorfosi, implicando una trasformazione è più “l’affermazione di una storia che il suo stravolgimento” (Antonio Allegra)

Attraverso il cambiamento abbiamo dunque la possibilità di “divenire ciò che siamo”, di liberarci da quelle forme che, nel momento in cui si stabilizzano e non fluiscono, possono incancrenirsi, divenire maschere e soffocare la nostra potenza, la nostra vitalità e creatività.


Solo mutando, solo passando da una forma ad un’ altra, solo oltrepassando ciò che siamo, potremo divenire ciò che siamo.




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