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Perché non dobbiamo temere il conflitto

Perché ci spaventa tanto il conflitto? Quante volte evitiamo di dire o di fare qualcosa per timore di entrare in conflitto con l’altrui posizione? E come ci fa sentire tale evitamento, che conseguenze ha su di noi e sulle nostre relazioni?

Apparentemente quella di assecondare l’altra persona è la via più semplice, quella che giustifichiamo spesso, dicendo che in fondo non ci costa nulla o che non è poi così importante la questione o rilevante il nostro punto di vista.

Ma non è affatto una via priva di costi, il prezzo che si paga in nome della tranquillità è quello della nostra soggettività, quindi della verità e del senso della relazione.

Il conflitto spaventa fintantoché lo si confonde con la guerra, ma i due termini indicano concetti molto diversi. La guerra è una battaglia che mira alla vittoria attraverso la distruzione dell’altro, attraverso una superiorità che è tale perché l’altro è inferiore. Il conflitto invece è un contrapporsi di forze che trovano il proprio equilibrio, la propria ragion d’essere proprio in questa contrapposizione, in questa dinamica, non mira all’eliminazione della tensione fra due contrari, tantomeno all’assoggettamento o assimilazione dell’altro nell’uno.


Il conflitto mantiene la distinzione, la differenza, l’alterità.


Proviamo a pensare al conflitto come ad una danza.

Come afferma Paul Valéry nella danza si manifesta la struttura antitetica dell’uomo, in essa il senso del movimento è prodotto dall’oscillazione fra poli opposti.

Se noi guardiamo al conflitto in questo modo, se anziché associarlo alla guerra lo interpretiamo come una danza, come una sorta di capoeira, allora forse riusciremo a trovare in esso la possibilità di esprimere la nostra singolarità, senza temere l’alterità, senza vivere l’altro come una minaccia, come qualcosa che mette a rischio la nostra consistenza, la nostra soggettività.

Temere il conflitto è temere la nostra stessa umanità, perchè noi lungi dall’essere un’unità indistinta, una totalità omogenea, un io sempre identico e in accordo con se stesso, siamo conflittualità pura.

L’idea di un’identità stabile ed immutabile è un mito funzionale ad un certo tipo di ordine sociale ma che non fa altro che produrre sofferenza. Quante volte entriamo in crisi nel momento in cui viviamo sentimenti o desideri contrastanti? Quante altre ci sentiamo in colpa perchè non siamo coerenti con noi stessi, perché oscilliamo nelle nostre decisioni o perchè cambiamo idea continuamente?

Ebbene tale oscillazione è assolutamente naturale e necessaria. Siamo immersi nel divenire, continuamente attraversati da molteplicità di forze, di stimoli, di relazioni. Molteplicità e differenza ci determinano nel nostro essere. Come si può pretendere di ridurre ad unità tale vastità di forze? Lo si può forse al prezzo della rimozione, della negazione di tutto ciò che disturba, perturba, offusca e confonde l’ideale che abbiamo del nostro io. Ma quali sono le conseguenze di tale continua rimozione e negazione, e di un’esclusiva identificazione di noi stessi con un io ideale?


Spesso quando le persone attraversano un momento difficile della loro vita utilizzano espressioni come: “non mi riconosco più” o “questa/o non sono io” e cercano cure, terapie in grado di riportarli all’interno della loro consuetudine con se stessi, in grado di eliminare cioè la loro conflittualità, la loro molteplicità, quella differenza, quell’essere altro da ciò che si aspettano e che pretendono di essere.

Tentare di governare e reprimere le proprie contraddizioni significa renderle bersaglio della nostra aggressività, eliminando la dimensione potenzialmente creativa del conflitto. Significa cioè azzerare la possibilità di divenire, e quindi di esistere.

Dobbiamo dunque innanzitutto accettare il nostro essere molteplici, contraddittori e conflittuali e, al tempo stesso, imparare a muoverci all’interno di questa complessità a passo di danza, riconoscendo l’armonia prodotta dal suono della nostra infinita differenza.




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